Contributo per la storia del papato
A Giovanni Paolo II, di quel che pensava il mondo, non interessava nulla. Lui “non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte”. Per lui, il faro era rappresentato “dalla sua fede e dalle sue convinzioni, ed era anche pronto a subire dei colpi. E il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità”. Gli occhi sono quelli di Benedetto XVI, oggi Papa emerito dedito alla preghiera in un vecchio monastero immerso nel verde dei giardini vaticani.Nel fiume di testimonianze sui due papi presto santi, quella di Joseph Ratzinger su Giovanni Paolo II concessa al vaticanista Wlodzimierz Redzioch merita una sottolineatura particolare. Leggi l'intervista concessa da Benedetto XVI al vaticanista Wlodzimierz Redzioch
14 AGO 20

A Giovanni Paolo II, di quel che pensava il mondo, non interessava nulla. Lui “non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte”. Per lui, il faro era rappresentato “dalla sua fede e dalle sue convinzioni, ed era anche pronto a subire dei colpi. E il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità”. Gli occhi sono quelli di Benedetto XVI, oggi Papa emerito dedito alla preghiera in un vecchio monastero immerso nel verde dei giardini vaticani. Nel fiume di testimonianze sui due papi presto santi, quella di Joseph Ratzinger su Giovanni Paolo II concessa al vaticanista Wlodzimierz Redzioch merita una sottolineatura particolare, poiché a offrire un contributo sulla storia del papato di Karol Wojtyla è colui che per ventiquattro anni fu, del Pontefice polacco, il braccio teologico. Non sorvola, l’ex capo del Sant’Uffizio, sui temi più delicati e divisivi della lunga stagione giovanpaolina, come la questione della Teologia della liberazione: “Era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore”. Certo, spiega Ratzinger, “la povertà e i poveri erano senza dubbio posti a tema della Teologia della liberazione e tuttavia in una prospettiva molto specifica”.
La fede cristiana, infatti, “veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico. Le tradizioni religiose della fede venivano messe a servizio dell’azione politica. In tal modo la fede veniva profondamente estraniata da se stessa e si indeboliva così anche il vero amore con i poveri”. E a chi, oggi, dice che c’erano sfumature diverse a seconda dei contesti e ricorda grandi abbracci e commozione tra Ratzinger e il padre peruviano Gustavo Gutiérrez – ricevuto da Francesco a Santa Marta con tanto di servizio fotografico ad hoc – Benedetto XVI ricorda che la direzione era comunque “quella di una falsificazione della fede cristiana” alla quale “bisognava opporsi anche proprio per amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”. Wojtyla, osserva ancora il Papa emerito, “ci guidò a smascherare una falsa idea di liberazione e a esporre l’autentica vocazione della chiesa alla liberazione dell’uomo”. Per togliersi ogni dubbio e per eventuali approfondimenti, da buon professore universitario Ratzinger rimanda “alle due Istruzioni sulla Teologia della liberazione che stanno all’inizio del [suo] lavoro nella Congregazione per la dottrina della fede”. Ma Benedetto XVI ricorda anche quanto fu fondamentale, negli anni di Wojtyla, l’attenzione per la vita e la famiglia.
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Su questo fronte, il predecessore di Francesco rileva che “è assolutamente necessario menzionare la Evangelium vitae, che sviluppa uno dei temi fondamentali dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II: la dignità intangibile della vita umana, sin dal primo concepimento”. Un tema che, se per Francesco non rappresenta la priorità, al punto da aver suggerito ai vescovi di non ossessionare troppo i fedeli con tali argomenti, costituisce invece uno dei più forti elementi di continuità tra Wojtyla e Ratzinger. Nel 2006, parlando ai membri della Cei riuniti a Verona per il convegno ecclesiale (per il discorso integrale si rimanda agli inserti II e III), Benedetto XVI ribadì la necessità di “fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e princìpi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale”.